Per una pari dignità sociale nelle scelte lavorative e nelle retribuzioni

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Per una pari dignità sociale nelle scelte lavorative e nelle retribuzioni

Intervento di Laura Malanca al Convegno “Quanto vale il mio lavoro? Le differenze salariali e occupazionali che incidono sulla parità di genere”, organizzato dal Coordinamento Donne ACLI Piemonte il 7 marzo 2022

 

Una breve premessa prima dell’intervento.

Vi parlerò della categoria che è impiegata nel lavoro domestico e di cura non solo perché in questo settore ancora oggi non sono riconosciute in modo totale o parziale alcune tutele fondamentali, ma anche come esempio delle ricadute negative nel corso della vita lavorativa e soprattutto nella vecchiaia. Se il lavoro domestico è stato da sempre e per eccellenza un lavoro fragile e precario, nel corso degli anni è stato raggiunto, in fatto di precarietà e fragilità, da molti altri comparti lavorativi.

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Si può affermare senza dubbio, che in Italia negli ultimi trenta anni è andato sempre più sviluppandosi un Welfare privato e poco visibile, e nel tempo non sono certo mancati progetti o interventi su singole problematiche senza produrre poi, alcun cambiamento sostanziale e così abbiamo continuato a pensare al settore del lavoro domestico e di cura come alla “Cenerentola” delle professioni e come tale lasciato ai margini delle strategie per una crescita dignitosa del Welfare.

E’ una attività svolta per lo più da donne in prevalenza immigrate, spesso nascosto, del quale si parla poco, esso è però un supporto strategico nella quotidianità delle famiglie e delle persone accudite, e nel tempo è diventato uno dei pilastri del nostro stato sociale.

Nell’anno 2020, dai dati dell’INPS i lavoratori domestici risultano essere 920.722, di questi l’87,6% sono donne. Secondo le stime dell’Osservatorio Nazionale di Domina ai lavoratori regolari si possono aggiungere circa un altro milione di irregolari. In questo comparto il lavoro totalmente o parzialmente irregolare continua ad avere una forte incidenza, si può stimare che riuscendo a realizzare una piena emersione del settore, il numero dei lavoratori domestici si avvicinerebbe a quello dei metalmeccanici.

Il lavoro domestico, come dal dato percentuale, è per la maggior parte svolto da donne, la maggioranza di loro sono arrivate da altre Nazioni, in età adulta, spinte dalla speranza di un miglioramento economico per sé e per la propria famiglia, ma molte, sono anche le donne italiane espulse dal mercato del lavoro e che non riescono più a reinserirsi.

 

Nel comparto del lavoro della cura non abbiamo più un ricambio generazionale, la disponibilità a svolgere il lavoro di cura in convivenza è diventata una cosa rara, dal momento che chi ha lavorato con questa modalità per 10/20 anni non ce la fa più, non è più disponibile, sia a causa dell’impegno fisico e psichico sia per l’età.

Ed è raro che una giovane donna scelga questa professione per passione, anche perché, allo stato attuale, non permette molti avanzamenti di carriera. Eppure abbiamo bisogno di questa figura, oggi come nel prossimo futuro poiché con l’aumento dell’aspettativa di vita, continua ad aumentare il numero dei grandi anziani e conseguentemente il bisogno di cura.

 

Alcune puntualizzazioni:

  • Il lavoro domestico è un lavoro altamente precario. E’ sufficiente una difficoltà economica, anche transitoria, del datore di lavoro, o l’ingresso in struttura della persona anziana accudita o il suo decesso, o ancora, quando non serve più l’aiuto della baby-sitter, il rapporto di lavoro termina.
  • I contributi assicurativi sono pagati quasi sempre per tempi parziali, per brevi periodi e il loro valore è veramente basso. (Anche se per la famiglia media datrice di lavoro può rappresentare una spesa non indifferente)
  • Le retribuzioni sono nettamente inferiori ad altri settori. (le retribuzioni in questo settore sono lorde di irpef e addizionali)
  • L’alternarsi dei periodi di lavoro e dei periodi di disoccupazione sono frequenti.
  • Quando nasce un figlio, se la lavoratrice non ha un aiuto famigliare e/o per insufficienza di servizi, è costretta a lasciare il lavoro senza nessun diritto di reintegro.
  • L’età anagrafica delle assistenti familiari è un’età ormai adulta.

Questi fattori contribuiscono tutti alla costruzione di una vecchiaia da vivere in ristrettezze, o detto più chiaramente, in miseria.

Le differenze economiche presenti in generale nel mondo del lavoro sappiamo che con coerenza si riflettono anche sull’accesso alle pensioni.

Invece nel lavoro domestico, le tabelle retributive del contratto nazionale non fanno differenze tra i sessi e il calcolo per il diritto alla pensione è elaborato sul numero delle ore settimanali contribuite.

 

IL DIRITTO ALLA PENSIONE

Pertanto il diritto alla pensione di vecchiaia per una lavoratrice domestica si consegue a 67 anni con almeno 20 anni di contributi. Questi requisiti valgono anche per gli uomini.

Per raggiungere il requisito contributivo richiesto, si considerano anche i periodi di lavoro all’estero in ambito UE o in Paesi con il quali vige una convenzione internazionale in materia di previdenza. I periodi esteri possono essere considerati anche se hanno già dato diritto a percepire una pensione da un ente previdenziale estero.

Inoltre il requisito può essere raggiunto chiedendo l’accredito del periodo di maternità obbligatoria (5 mesi) per ogni figlio nato in Italia al di fuori dei periodi di lavoro.

Se la lavoratrice ha iniziato a lavorare ed avere contribuzione dal 1/1/1996 la pensione viene calcolata con il sistema contributivo: in questo caso si può accedere alla pensione anche con una anzianità contributiva di soli 5 anni ma l’età pensionabile si alza a 71 anni di età.

Alcuni esempi di valore pensionistico per una assistente familiare:

  • assunta a 24 ore settimanali, con almeno 5 anni di contribuzione, potrà conseguire una pensione a 71 anni pari a 50 euro mensili
  • assunta a 54 ore settimanali, con almeno 5 anni di contribuzione, potrà conseguire una pensione a 71 anni pari a 110 euro mensili
  • assunta a 54 ore settimanali, con almeno 20 anni di contribuzione, potrà conseguire una pensione a 67 anni pari a 400/450 euro mensili

Praticamente in un anno di lavoro:

  • a 25 ore settimanali, vale circa 10 euro mensili di pensione maturata.
  • a 54 ore settimanali, vale circa 20 euro mensili di pensione maturata.

 

Sono convinta, senza essere un’esperta e magari con un pensiero un po’ datato, che proseguendo con stage, il lavoro a chiamata, il lavoro interinale, tempi di lavoro parziali e brevi, collaborazioni occasionali, ecc. stiamo costruendo, per alcune generazioni, una vecchiaia da indigenti.

Ricordando che non a tutti è dato di poter scegliere la professione o il lavoro, e che nella collaborazione familiare sia la lavoratrice che il datore di lavoro sono due attori deboli, in un Paese civile, ogni lavoro o professione dovrebbe avere riconoscimento e dignità.

E la vecchiaia di ognuno dovrebbe poter essere vissuta con decoro.

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  • I dati statistici e numerici sono estratti dall’INPS e dalle Associazioni datoriali.
  • Un ringraziamento, inoltre, per il suo contributo al Direttore del Patronato Acli del Piemonte, Raffaele De Leo.