
Torino, 20/12/2025
Polizia, muri, idranti, scuole chiuse, strade vuote e tanta amarezza.
Un intero quartiere militarizzato. Una sproporzione inaudita di forze, un intervento che non possiamo ignorare e che si inserisce pienamente in una deriva repressiva che soffoca il confronto e desertifica gli spazi sociali. Per sei persone.
L’epilogo del progetto Askatasuna bene comune è una sconfitta che non possiamo accettare come Città.
Una sconfitta che non riguarda solo un luogo, ma l’idea stessa di comunità, di partecipazione, di conflitto come occasione di crescita e non come pretesto per la repressione.
Non ci riconosciamo nel modello autoritario con cui l’Esecutivo sta gestendo i rapporti tra istituzioni, società e persone.
Non ci riconosciamo nelle scelte quotidiane di un governo che ha dimostrato di non tenere conto dei fragili percorsi di dialogo e interlocuzione che la Città e l’Amministrazione stanno portando avanti con cittadini, gruppi sociali e realtà che, pur nella loro complessità, rappresentano pezzi significativi del tessuto civico.
E per tutti questi motivi leggiamo dietro l’assedio e lo sgombero degli spazi di Corso Regina 47 una volontà ben precisa:
- criminalizzare il dissenso,
- colpire e reprimere le forme di partecipazione dal basso,
- cancellare con un colpo di spugna – o forse di manganello – un laboratorio cittadino promosso dall’Amministrazione e costruito sul dialogo e sulla possibilità di immaginare un bene comune condiviso, capace di generare legami sociali nel rispetto delle regole e della legalità.
Crediamo invece che Torino abbia, e debba continuare ad avere, l’energia e la pazienza per costruire sé stessa attraverso il dialogo con le realtà che la animano. Un dialogo che può essere difficile, attraversato da ostacoli e incomprensioni, ma che proprio per questo può essere generativo.
E invece ci ritroviamo di fronte a una rinuncia collettiva, davanti a una prova di forza che parla la lingua della propaganda e del rancore, che ignora le opportunità di costruzione sociale e sceglie la via dei divieti e delle catene.
Per questo rivolgiamo un appello alla città intera, al tessuto associativo, alle istituzioni, ai movimenti, ai cittadini e alle tante anime della nostra comunità, compresa quella della nostra associazione:
- non spegniamo la scintilla del dialogo;
- sosteniamo un confronto maturo e continuo;
- impariamo ad abitare il conflitto senza trasformarlo in scontro;
- proseguiamo nel lavoro paziente di avvicinare e ricucire parti e culture diverse.
Solo così potremo costruire una Città in cui a tutte e tutti sia riconosciuta la dignità di persone e di cittadini.
Una Città che non sia desertificata dalla repressione, ma che continui a essere laboratorio, piazza viva, luogo di incontro, confronto e generazione di futuro.
Come ACLI vogliamo contribuire in modo attivo e generativo a questa piazza: una piazza che include, che ascolta, che accoglie; una piazza che non censura ma costruisce, che allena al pensiero critico, alla responsabilità e alla partecipazione.
Torino non è uno stato di polizia.
Torino è una luce.
Non lasciamo che si spenga.
La Presidenza delle ACLI di Torino










