
Il 10 febbraio si commemora il Giorno del Ricordo, giornata istituita nel 2004 per conservare e rinnovare la memoria della tragedia delle vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra. Una vicenda complessa che occorre sottrarre a letture ideologiche per diventare oggetto di studio e di approfondimento storico.
Testimonianza di Carlo Cazzari, socio e volontario del Circolo di Chivasso attivo a Leinì.
Il 10 febbraio ricorre la giornata del Ricordo.
Ricordo del Trattato di Parigi del 1947, che ha consegnato alla Jugoslavia le terre istriane, fiumane e dalmate.
Davanti alla pulizia etnica perpetrata dalle bande titine, con massacri (foibe e assassini), violenze e prevaricazioni, quasi quattrocentomila italiani dovettero lasciare le loro case, le loro città, le chiese e i cimiteri, dove erano sepolti i loro cari.
Una volta in Italia vennero visti con fastidio, questo perché da una parte i comunisti, che avevano collaborato su ordine di Togliatti con Tito, rimproveravano loro di aver rinunciato alla patria socialista, dall’altra perché la loro presenza testimoniava che, aldilà della narrativa che si tentava di accreditare della co-belligeranza, noi la guerra l’avevamo bell’e persa.
Per decine d’anni, e purtroppo ancora oggi da alcune frange, i comunisti li hanno tacciati di fascisti e di complici dei soprusi mussoliniani.
Un’accusa di comodo per nascondere quanto i partigiani comunisti fecero, annientando i CLN di Trieste e Fiume, nelle terribili 40 giornate di occupazione di Trieste e combattendo i partigiani di altre tendenze politiche.
Va chiarito che in quelle terre, come in Trentino, il fascismo fu un fenomeno di importazione. L’annessione, nel 1918, all’Italia per le nostre popolazioni fu traumatico: i nostri soldati furono internati per più di un anno in Sud Italia, i nostri risparmi furono falcidiati dai prelievi forzosi, furono imposte tasse gravosissime a gente stremata, e altro ancora. Come si poteva essere fascisti con tali premesse? Le popolazioni di etnie diverse vivevano pacificamente, frequentavano le stesse scuole e le stesse chiese. I fascisti non si fidavano di noi, tanto che procedettero all’invio di manodopera per le industrie e personale della burocrazia dalle altre regioni italiane.
Adesso vediamo addirittura che chi ha causato questa immane tragedia, con le guerre e il totalitarismo, si intesta il ricordo di questa giornata.
Anche le ACLI istriane che avevano incominciato a costituirsi seguirono la sorte dei loro concittadini. Da notare che le ACLI di Trieste giocarono un ruolo fondamentale nell’assistenza di questa povera gente.
Mi piace concludere col titolo della manifestazione dell’ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) “Da esuli a cittadini”










