Mons. Nosiglia: «Molto oltre la paura», Lettera alla Città per la festa patronale

Mons. Nosiglia: «Molto oltre la paura», Lettera alla Città per la festa patronale

Messaggio per mercoledì 24 giugno 2020 solennità di S. Giovanni Battista. Iniziativa congiunta con Genova e Firenze. Interventi della Diocesi nell'emergenza

Nella lettera che mons. Cesare Nosiglia ha indirizzato a tutti i cittadini e agli abitanti del territorio in occasione della festa patronale di san Giovanni Battista, il Vescovo sottolinea la centralità del lavoro, su cui si fonda la dignità delle persone e l'importanza di rinnovare un vero e proprio patto sociale fra cittadini e istituzioni, nel segno della Speranza.

 

Si intitola «Molto oltre la paura» la Lettera che, come tradizione, in quanto arcivescovo di Torino, mons. Nosiglia ha indirizzato a tutti i cittadini e agli abitanti del territorio in occasione della festa patronale di san Giovanni Battista. Quest’anno la Lettera viene offerta anche alla diocesi di Susa, di cui ha assunto nell’ottobre 2019 la guida su richiesta di papa Francesco. I problemi e le speranze del territorio subalpino, delle valli e «terre alte» della diocesi di Susa sono infatti del tutto simili.

La copertina, ripresa da un codice medievale conservato nella Biblioteca Nazionale di Torino, illustra la «paura» di Pietro, quando – invece di camminare sulle acque come Gesù gli aveva detto – dubita e comincia a sprofondare. Ma il Signore Gesù è pronto a soccorrerlo, a incitarlo alla fede e alla speranza: «Uomo di poca fede – gli dice -, perché hai dubitato?».

La Lettera tiene conto anzitutto della condizione di paura che ha alimentato e alimenta tutt’ora il cuore di tante persone. «Le ragioni profonde per vincere la paura si trovano nel «patto» che riusciremo a costituire e consolidare fra tutti i cittadini. Il contagio e l’isolamento hanno «svelato» anche le fragilità di una società fondata sull’illusione di una crescita senza fine del benessere materiale. Una crescita, poi, che arricchisce sempre più i ricchi e peggiora le condizioni di vita dei poveri…».

L’esperienza di sentirsi tutti “poveri”, esposti al rischio della malattia, «ci può aiutare a cambiare rotta anche nel nostro territorio, dove siamo in cerca di una solidarietà autenticamente rinnovata. Proprio il forte tessuto della solidarietà va annoverato tra le scoperte positive nella stagione del contagio. La forza e l’ampiezza del volontariato solidale è esploso in forme impensabili e inattese in ogni ambito del nostro vissuto».

Insieme al volontariato la famiglia si è rivelata il soggetto più forte e produttivo di frutti. «Certo adesso sulla famiglia stanno pesando non poche difficoltà.. si pensi all’estate ragazzi, alle difficoltà di destreggiarsi tra tempi del lavoro e organizzazione della vita comune, al problema della scuola e della sua ripresa in autunno».

La Lettera poi affronta uno dei temi più scabrosi ma anche più necessari: quello del lavoro. «Abbiamo bisogno di opportunità di lavoro, perché il lavoro è la prima condizione per la dignità di ogni persona, è ciò che dona sicurezza e speranza per il proprio futuro e quello dei propri cari. Il lavoro sta al centro di ogni ripresa, afferma la lettera. Sul lavoro si misura oggi e domani la statura politica e la credibilità delle istituzioni. Si affronta così il problema della disoccupazione, della fuga dei cervelli, del credito, dei sindacati e della formazione e qualificazione dei giovani. In questo quadro c’è anche lo spazio per definire proposte di un diverso approccio al mondo del lavoro e alle esigenze delle imprese. Non tocca a me entrare dentro questa dinamica sociale ma resta determinante a mio avviso dare priorità alla persona e al bene comune rispetto ad ogni altro pur importante elemento che va posto in atto per dare lavoro e fare del lavoro il volano di una necessaria ripresa. Un mondo diverso e più giusto non può prescindere da un nuovo umanesimo».

La Lettera si articola pertanto in tre parti:

  1.  la proposta di alcune riflessioni sul contagio e sui cambiamenti che il virus ha introdotto dei nostri modi di vivere;
  2. una lettura della realtà dei nostri territori partendo dalla necessità fondamentale del lavoro. Non ci sono “ricette magiche” ma, prima di tutto, un’istanza di metodo: le forze vive della società e delle istituzioni si coordinino, si sforzino all’incontro e alla collaborazione. Certo non è nella “solitudine” che possiamo elaborare e sperimentare un diverso modello di sviluppo per Torino e il suo territorio;
  3. un invito alla speranza. Non l’augurio generico che tutto vada bene, ma il richiamo a far crescere quei fondamenti di speranza che ci sono: la solidarietà fra la gente e le generazioni, le potenzialità professionali sparse sul territorio, la possibilità di un grande investimento

 

(...)

 

 

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO SU WWW.DIOCESI.IT

 

LEGGI IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA