Ma come si fa lavoro di comunità stando tutti a casa? - Nelle difficoltà nasce la creatività | Animazione Sociale

Mercoledì, 13 Maggio, 2020 - 19:00

Roberto Latella 

La creatività nasce nella difficoltà come l’alba nasce dalla notte scura. È nella crisi che si generano le grandi innovazioni e le grandi opportunità: sembra un adagio che ormai conosciamo tutti da tempo, ma poi quando ci si trova in una crisi epocale e sconcertante, come quella che stiamo attraversando, sul momento sembra facile perdere fiducia e scordarsi di quanto abbiamo ripetuto forse mille volte.

Eppure ci appare sempre più chiaro, dal buco dove siamo finiti, che non possiamo semplicemente tornare alla normalità, perché forse è proprio in quella normalità che si è generato il problema. E allora davvero, dopo il primo momento di smarrimento, ci sentiamo costretti a reinventare un modo diverso di costruire relazioni con il mondo a un metro di distanza e forse più.

Questo è quello che è successo nel progetto “Ci vuole un seme”, rivolto ai comuni di Monterotondo, Mentana e Fonte Nuova, a nordest della Capitale. Il progetto, attivo da un anno e mezzo, è sostenuto dall’impresa sociale “Con I Bambini”, nell’ambito del Fondo di contrasto alla povertà educativa minorile, ed è costituito da un ampio partenariato sociale che vede, come capofila, la cooperativa sociale Folias, in partnership con le cooperative sociali Il Pungiglione e Iskra, l’associazione Mirabilia, il Centro Informazione maternità e Nascita Il Melograno, il Comitato di Monterotondo Uisp Sport per tutti, CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo tra i Popoli), Centrale Valutativa, ASL RM5, Regione Lazio e altre 19 strutture tra amministrazioni comunali, istituti scolastici e asili nido.
Il progetto si propone di accompagnare e tessere una comunità educante fatta di insegnanti, genitori, operatori e cittadini.
Ma come si fa lavoro di comunità stando tutti a casa? Come si costruiscono legami se non ci si può incontrare?
Proprio da questa sfida nasce la nostra storia di queste ultime settimane, nelle quali un servizio educativo, come molti altri nei nostri territori, si è trovato a reinventarsi per non rimanere inerme e senza parole.
Sono gli stessi operatori di “Ci vuole un seme” a raccontare il passaggio dal momento di spaesamento alla scoperta che invece qualcosa era possibile

Che dire, l’arrivo dell’emergenza si è palesato a livello lavorativo come uno tsunami che ha eliminato i confini tra vita privata e lavoro. In un attimo ero in una sorta di smart working senza confini temporali. Chat, video e messaggi a qualsiasi ora. Era il delirio” racconta Arianna.
All’interno dell’équipe ognuno proponeva attività in base alle proprie capacità (giardinaggio, letture, lavoretti, sostegno psicologico ecc.). Io sentivo un cappio intorno al collo, dovevo fare qualcosa, ma cosa? Come? Nel frattempo mi ritrovavo con una bimba di 16 mesi a cui badare senza più il sostegno esterno neanche nelle ore di lavoro. Ero in affanno… Fino a che la prima videochiamata con le mamme mi ha fatto commuovere. Sentirsi connessi pur stando lontani e la sensazione che quel legame emotivo che a fatica abbiamo costruito è in vita ed è potente. All’inizio sembrava impossibile pensarlo, invece vedere e sentire le mamme lì, l’ha reso reale.
Possibile che il mio posto da operatrice sociale, in questo servizio, si sia delineato grazie a questo momento? Non lo so, ma mi sembra di sì. Ed è strano a volte essere e sentirsi operatore e utente allo stesso tempo (perché anche io partecipo a quello che propongono i colleghi). Ma forse è questo il mio seme ed è quello che è arrivato alle nostre famiglie.

Essere insieme utenti e operatori è una delle questioni centrali. Perché l’angoscia di tutto quello che ci sta accadendo intorno, l’incertezza per il futuro, l’ansia che cerchiamo di accogliere nei genitori e nei bambini è anche la nostra. Perché davvero mai come oggi siamo tutti nella stessa barca. Al di là delle nostre belle tecniche professionali non possiamo che mettere in gioco la nostra umanità, che diventa lo strumento professionale più potente di cui disponiamo.
Quel tentativo praticato a lungo per tutto il percorso del progetto – di abbassare la soglia per sollecitare il protagonismo dei genitori, per far sì che a progetto finito possano essere proprio loro a dare continuità ai semi di comunità piantati dal progetto – tutto a un tratto e bruscamente avviene nella crisi. Noi e loro stiamo vivendo la stessa storia…
Siamo parte dello stesso problema, come ci suggerisce Alessandro, operatore che ha seguito per mesi il laboratorio genitori e che oggi si è dovuto reinventare come gli altri membri dell’équipe:
È pura energia che genera cambiamento e arriva in modo più denso e chiaro a noi e ai nostri destinatari, probabilmente perché anche noi operatori ci troviamo nella stessa condizione di simmetria emotiva rispetto a questo stato di isolamento e siamo maggiormente sensibili alle emozioni che ci riguardano”.
O come racconta Peppe, l’operatore che ha preparato dei video per bambini e genitori sul giardinaggio perché ha sentito l’urgenza di piantare qualcosa che crescerà domani proprio in questi giorni:

“Mica sono terremotati da sostenere, mi sono detto! Stavolta anche noi abbiamo le stesse paure, pensavo un po’ scocciato. Poi, alla prima riunione in chat, le parole di Alessia mi hanno scosso: mio padre durante i giorni del terremoto ci teneva su il morale con fantasia e ironia. E subito il pensiero è andato a mio zio, prigioniero prima a Pola e poi a Buchenwald, che mi ricordava sempre: ovunque vai, fai un orto e so’ tutti contenti. Così, ho preso semini, terriccio, un cappello che non uso mai, e ho fatto il primo tutorial su come si semina, su come si spera, e si aspetta un tempo…”.

Peppe si riferisce alle parole di Alessia, operatrice del progetto in zona Fonte Nuova, che ci ricordano, appunto, che offrire speranza genera speranza, che dare fiducia accresce la nostra fiducia, e che offrire altri sguardi allarga il nostro sguardo:

“Non sono una persona incline a temere la malattia, tuttavia mi sono accorta di un’angoscia latente che mi stava schiacciando quando un po’ si è dissolta. È avvenuto mentre mi pettinavo e truccavo per apparire nelle chat e nei video che tutti abbiamo contribuito a tenere vivi. Avevo voglia di sembrare in ordine, perché la cosa davvero importante che potevo fare era comunicare di avere fiducia. E mentre mi sforzavo di mostrarmi ottimista, mi sono effettivamente sentita meglio”.

Con questa sensazione che proprio la speranza, la mutualità e lo scambio diventano contagiosi, in poco tempo erano i genitori del progetto a scambiarsi in chat idee, giochi da fare con i bambini e ricette. Anche quelli che ultimamente erano meno presenti, più marginali rispetto al gruppo dei genitori, stavano tornando ad essere protagonisti, e il tempo sospeso diveniva via via tempo riconquistato. Riconquistato alle relazioni, alla possibilità, al conoscersi e alla speranza.

Quella mutualità e quell’essere comunità educante, tanto seminati e predicati in quasi due anni di lavoro in presenza, si stavano e si stanno raccogliendo proprio nel posto meno atteso, nelle chat e nelle videoconferenze. Così come intere comunità, nella costrizione della quarantena, hanno scoperto che i balconi sono fatti per suonare, cantare e parlare con i vicini e non solo per metterci i fiori. E forse che gli stessi social possono smettere di essere solo una vetrina, per divenire strumento reale di comunicazione.
Le considerazioni di Alessandro aggiungono spunti alla riflessione:

“Uscire dalla propria zona di comfort è sempre un’esperienza faticosa e nel contempo nutriente perché promuove in me meta-riflessioni su ciò che era conosciuto e ne favorisce la complessità. Nascono, infatti, nuove domande su come, ad esempio, posso utilizzare quel determinato strumento in termini di utilità sociale e come risposta ai bisogni che in questo periodo vivono le famiglie, senza essere però ridondante rispetto “al molto” che il web offre.

E proprio in questo periodo storico, unico di questo secolo, stiamo trasformando la nostra natura aggregativa, da quella in presenza a quella virtuale, e stiamo imparando, con stupore, la possibilità di contaminarci tra noi, con gli utenti, con nuove tecnologie, in nuovi slanci progettuali che sono accomunati di senso, di condivisione, reciprocità, e, appunto, partecipazione. Da questo forzato isolamento, stiamo sviluppando anticorpi contro la solitudine (che in alcuni casi rischia di diventare isolamento) attraverso video, link, selfie, tutorial che incontrano la dimensione del Noi, nelle case del Noi: le nostre e quelle dei nostri destinatari”.

Insomma, questa situazione, per alcuni versi disarmante, che ci ha tolto tutti i canali abituali della relazione, delle emozioni, del sostegno e del contatto, tutto a un tratto si è dimostrata essere anche un’occasione incredibile di innovazione e di creatività. Ha riacceso motivazioni e rotto routine. E gli operatori sono consapevoli di non volerselo scordare: “Non solo nel mondo ma anche nel progetto ci rendiamo conto che la normalità non sarà quella di prima, ma potrà essere, e dovrà essere, migliore”. Peppe nel raccontarsi lo conferma:
“In questo tempo devo scacciare in basso i demoni, lasciando spazio al buono che c’è nella mia storia, nel mio mestiere. Fare l’educatore, forse, significa attraversare la foresta del cambiamento, e io, in questi giorni difficili, vorrei lasciare cadere semini di ogni specie, di ogni nostro buon sentimento, ai bordi luminosi che qua e là sbucano fuori tra pietre, radici e foglie secche”.
Certo, non c’è dubbio che perdendo il contatto diretto con le persone anche nel nostro lavoro educativo abbiamo perso tantissimo in termini di comunicazione, relazione, connessione emotiva e, come ci ricordano le operatrici che si occupano della lettura ad alta voce:
“Per chi si occupa di aspetti educativi in vari ambiti, in particolare in quello della lettura, è molto difficile ripensare il proprio lavoro in termini mediatici. È un lavoro che si nutre di relazione più che di trasmissione di contenuti. Quindi sopperire alla presenza fisica delle persone diventa molto difficile. Le letture ad alta voce, così come le diverse attività di laboratorio artistico e le visite guidate, perdono gran parte della loro essenza”.

Ma il punto che ci interessa qui sottolineare non è tanto quello che perdiamo non avendo più contatto diretto, e che speriamo di ritrovare presto. La grande scoperta è invece che i legami si possono sostenere e persino rafforzare anche aumentando la distanza fisica e che si può fare comunità anche senza incontrarsi, perché la comunità ha a che fare con lo sguardo che poggiamo sul mondo, sul senso che diamo alla presenza degli altri.
Forse è proprio il venire meno delle persone fisicamente che ci sta aiutando a ricordare quanto siamo interdipendenti, quanto non possiamo fare a meno del “noi” e quanto delirante sia l’ideologia dell’“io” che ha caratterizzato questi anni. Speriamo di non scordarlo, e speriamo che essere stati costretti ad allargare lo sguardo abbia allenato la nostra curiosità e la nostra elasticità, due ingredienti fondamentali del lavoro educativo.
Tante reazioni delle mamme e dei papà ai nostri stimoli sembrano davvero confermarlo. Come, ad esempio le parole di mamma Debora e mamma Roberta:
“Questo periodo di chiusura in casa sta mettendo a dura prova tutti, soprattutto chi non era abituato a stare in casa… Bisogna inventare e ideare qualcosa per trascorrere le giornate in modo da continuare ad essere sereni. I vostri interventi sono una boccata d’aria che rallegrano noi e i nostri figli.
Ci siamo conosciuti e abbiamo avuto modo di capire chi siete e che fate, stando a contatto e ricreando ogni giorno un ambiente accogliente per noi tutti. Ora in questo periodo la vostra vicinanza e il vostro lavoro sta emergendo ancor di più. Non siamo distanti, ma più vicini di prima. Sapere e ascoltare che qualcuno è lì per noi e che non ci ha dimenticato ci rincuora. Siamo sempre più convinti che questa é la comunità che vogliamo, anche se ora è digitale. Appena potremo, usciremo dagli schermi per continuare a seminare il terreno che abbiamo finora coltivato”.

Di questi giorni potrà rimanerci la consapevolezza del grande potenziale inespresso di socialità, comunità e solidarietà tra le persone, ma anche la paura dell’altro come portatore di contagio. Potremo ricordarci dei panieri solidali di Napoli e di come i nostri servizi educativi non smisero di esistere, ma anche di quando si cambiava marciapiede alla vista dell’altro…
Da cosa vorremo ripartire dipende solo da noi non dal virus…
Da noi e da null’altro.

Il progetto “Ci vuole un seme”, selezionato da “Con i bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, mira a promuovere e rafforzare competenze, risorse della comunità affinché possano strutturarsi reti naturali di famiglie, associazioni, cittadini. Il servizio, svolto dalla cooperativa sociale Folias di Monterotondo (Roma), si rivolge a: bambini 0-6 anni, italiani e migranti, residenti nel distretto RMG1 e le loro famiglie, con particolare attenzione verso chi vive problematiche relative alla povertà educativa; le agenzie socioeducative e sanitarie e i relativi operatori; le reti informali di genitori; le realtà aggregative informali del territorio.