Gli occhi vivi che ci servono. Le cose da ricordare e da saper vedere

Mercoledì, 10 Giugno, 2020 - 00:45

Riccardo Maccioni

Abbiamo visto le nostre comunità rinchiudersi a causa del lockdown, ma contemporaneamente sviluppare legami di mutuo aiuto, vicinato, ascolto reciproco. Abbiamo desiderato comunità più unite. Ora però, a pochi mesi di distanza, c'è un rischio di arretramento, nei diritti, nelle visioni, nelle scelte che ispirano le politiche. 

Il futuro va costruito con scelte responsabili. E ciascuno è chiamato a fare la propria parte! 

Come un gioco di prestigio venuto male. Come una notte cui non segue il giorno. Come un romanzo lasciato a metà. Siamo sinceri: questa strana rinascita dopo 'il tutti a casa' ci sta deludendo. Non è la normalità che conoscevamo prima, non è l’avvio di una rivoluzione di bene, non è la porta d’ingresso al cambiamento nel segno dell’unità e della condivisione. Somiglia alle nuvole nere nel cielo d’autunno, che sei certo pioverà ma non sai quanto e come. Dal lockdown, dall’isolamento, dalla quarantena forzata siamo usciti con la certezza della crisi imminente ma senza il coraggio di fare fronte comune, anzi con il rischio che finisca per vincere chi cavalcherà meglio la paura diventata rabbia.

'Nessuno si salva da solo', 'andrà tutto bene' le frasi simbolo dei momenti più duri sono rimaste confinate là, dentro i muri di casa, cantilene per l’illusione di una quotidianità che troppi di noi sembrano non avere la volontà, la forza e la fantasia di costruire.

Eppure, se avessimo una macchina del tempo con cui portarci avanti senza invecchiare e delle lenti speciali per vedere l’oggi con gli occhi di domani, proprio quegli slogan sarebbero la cornice per capire i giorni che stiamo vivendo, la sigla di uno spettacolo che abbiamo ancora la possibilità di cambiare e scrivere meglio. Basta avere lenzuola candide da appendere ai balconi e pennarelli carichi di colori, simbolo della creatività e della libertà, non solo infantile. Ricordate quando non si potevano comprare perché considerati superflui, non essenziali? E invece lo erano, com’è necessaria la bellezza di una casa pitturata di fresco per rendere più vivibile un quartiere, come serve un fiore a profumare la tavola per la cena di amici speciali, come la musica che ti fa sentire meno pesante una delusione.

Forse per questo, al di là della moda e delle griffe, personalizziamo le mascherine, le combiniamo con la giacca e le gonne, vogliamo sentirle più nostre. Se non possiamo recuperare le abitudini di prima, cerchiamo almeno di rendere vivibili, persino simpatiche e gradevoli le necessità di oggi, i doveri, che cambiano, verso se stessi e gli altri. Così impariamo a stare ordinati in fila fuori dai negozi, indossiamo orribili guanti blu e bianco lattice, accettiamo di sederci di sbieco allo stesso tavolino e di parlarci da dietro uno schermo in plexiglass. Un altro simbolo, la barriera trasparente, da raccogliere nella scatola del tempo che aprirà chi verrà dopo di noi.

Magari insieme a un vocabolario, a catturare le parole nuove che abbiamo imparato, a cercare il significato giusto di espressioni che usavamo in modo diverso. La crisi ha reso negativa la positività (ai test), ha ridisegnato i confini del concetto di 'congiunto', ha trasformato in criterio diagnostico un elemento, il tampone, che solitamente, nel linguaggio comune indicava lo stop a un’emorragia. E poi l’allargamento del significato di 'asporto', la temperatura come criterio immediato di salute, il telelavoro che diventa smart working, la cacofonica sanificazione, soprattutto i mille risvolti nascosti dietro l’immagine della distanza. Già, la distanza. Perché il riassunto di questo tempo che fatica a tornare a sorridere, è il dovere della separazione, quel metro che ci isola da tutti, che ci impedisce un abbraccio e un saluto un po’ più caldo, che modifica la stessa dinamica dei sogni, quelli buoni, costruiti intorno al desiderio di ritrovarsi. La fotografia del lockdown parla di strade vuote, di natura alla riconquista dei suoi spazi, di aria tornata per un attimo pulita ma, prima ancora, più di tutto, mette in fila gli sguardi.

Occhi stanchi, affaticati, impauriti. Ma anche pieni di speranza, capaci di sorridere, mendicanti di cielo. Occhi vivi, alla ricerca di altri occhi, con cui guardare avanti, nella stessa direzione, spinti dal desiderio di ricostruire. La società di domani, quella che consegneremo alla scatola del tempo, dipende proprio da quelli sguardi, da quanti, con coraggio e fiducia, accetteranno di lasciarsi incontrare. E di mettersi in gioco, con e al servizio degli altri. L’avverbio di futuro è 'insieme'. La parola chiave è comunità.